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VITTORIO ALFIERI
note biografiche



Vittorio Alfieri Vittorio Alfieri nacque in Asti, da antica famiglia patrizia, il 16 gennaio 1749. Ancora bambino, perdette il padre, Antonio, ed essendosi rimaritata la madre, Monica Maillard di Tournon, oriunda savoiarda, in età di circa 10 anni fu messo nell'accademia militare di Torino, dalla quale uscì nel 1766 col grado di «porta insegna » del reggimento provinciale di Asti. Secondo quanto egli stesso scrive nella Vita, questi otto anni furono «d'ineducazione» e di sofferenze per la mancanza di libertà e la severità di una disciplina che troppo contrastava col fiero carattere e con l'animo irrequieto del fanciullo; poiché, fin d'allora, l'Alfieri manifestò quella che più tardi doveva essere l'aperta rivelazione della sua personalità, nella tendenza a ribellarsi contro le forme di vita imposte dalle vecchie tradizioni e dai pregiudizi del tempo suo. La stessa insofferenza di ogni subordinazione lo indusse, dopo un breve servizio militare, a chiedere al re il congedo e il permesso di viaggiare, in Italia prima e poi all'estero.


Fu a Milano, a Bologna, a Firenze, a Roma, a Napoli e in molte altre città; poi percorse la Francia, l'Inghilterra, i Paesi Bassi, la Germania, la Russia, la Spagna e il Portogallo, fermandosi nei vari luoghi più o meno a lungo, non a scopo di studio o di cultura, ma secondo le impressioni e gli impulsi che pure in lui non erano mai «decisi» e rendevano il suo viaggiare molto simile a un inquieto vagabondaggio. E' questo un periodo di salutare attività fisica, ma anche di disordine e di turbamento spirituale nell'assenza, segretamente avvertita e sofferta, di un equilibrio interiore e di una volontà capace di dominare e di dirigere le più svariate e talora opposte tendenze; né le lunghe e furiose galoppate, né le avventure d'amore, né le pericolose vicende alle quali talvolta lo conduce il suo carattere impulsivo, bastano a saziare la sua brama di vivere, ed egli è sempre insoddisfatto, scontento di sé e degli altri, melanconico, e afflitto dal sentirsi inetto a qualche cosa di grande. Ma tale perpetuo e tormentoso scontento rivela già fin d'allora una potenziale, ma fervida ricchezza di vita interiore e il formarsi di una aspirazione verso qualche cosa che solo più tardi si rivelerà chiara alla coscienza dell'Alfieri, e che in quegli anni si manifesta a intervalli, e più quale espressione di carattere che di altro, come nell'ostentato disprezzo verso Luigi XV e Federico Il e verso il Metastasio, da lui veduto nell'atto di fare a Maria Teresa «la genuflessioncella d'uso».


Nel 1772 l'Alfieri ritornò a Torino, dove, libero e ricco com'era, non riuscì a sottrarsi per qualche anno alle lusinghe di una vita gaudente e fastosa, con alcuni amici, ai quali soleva pure leggere, per svago, qualche suo scritto in francese, poiché questa era la lingua allora più in uso nella società aristocratica piemontese. Frequentava pure assiduamente i teatri, nel tempo in cui, più ancora che nel passato, molto si discuteva tra i critici e i letterati intorno alle possibilità e ai modi di far fiorire il teatro tragico italiano, la cui povertà era, allora, manifesta specialmente al confronto con la tragedia francese e spagnolAlfieri Ma le discussioni critiche e teoriche non avrebbero certo procurato finalmente alla letteratura italiana un grande teatro tragico, se non si fosse rivelato all'Alfieri il suo genio, per virtù propria e per quei vicendevoli influssi, occulti o palesi, tra le fortune dello scrittore e quelle dei tempi suoi, che posson fare di un'opera l'interprete dei sentimenti e delle aspirazioni di un'età.


Nel 1774 l'Alfieri si trovava incappato per la quarta volta in uno di quelli che egli dice «intoppi amorosi», e la catena che lo legava alla marchesa Gabriella Turinetti di Prié, gli pesava, disgustandolo per il « serventismo» a cui lo aveva ridotto. Mentre tentava inutilmente di liberarsi da quella servitù, una sera, mentre assisteva quella signora ammalata, mosso dal tedio, ricordando alcuni arazzi, che era solito vedere nella casa di lei, rappresentanti fatti di Cleopatra e Antonio, incominciò a «schiccherare», prima in prosa (nonostante quanto afferma nell'autobiografia) e poi in versi italiani, alcune scene intorno a tale soggetto. Ripreso il lavoro qualche tempo dopo, col fermo proposito di condurlo a compimento, riuscì «ad appiccicare alla peggio » i cinque atti della tragedia, dei quali mandò il primo al padre Paciaudi, che già lo aveva incoraggiato a poetare, perché gliene desse il suo parere. Attenendosi ai suoi giudizi e consigli, tornò a «rifare il tutto con più ostinazione e arrabbiata pazienza», e infine la tragedia, intitolata Cleopatra, potè essere recitata al teatro Carignano di Torino il 16 giugno 1775, con l'aggiunta di una farsa satirica, I Poeti; in cui l'Alfieri, sotto il nome di Zeusippo, era il primo a deridere la sua tragedia, facendone pronunciare sentenza dall'ombra stessa di Cleopatra evocata dall'inferno. Quantunque il pubblico avesse accolto con applausi la rappresentazione per due sere, l'Alfieri non volle che se ne desse una terza, comprendendo che il successo era superiore ai pregi reali del lavoro. «Ma - scrive egli stesso - da quella fatal serata in poi mi entrò in ogni vena un sì fatto bollore e furore di conseguire un giorno meritamente una vera palma teatrale, che non mai febbre alcuna di amore mi avea con tanta impetuosità assalito » (Vita, Epoca III, cap. XV, anno 1775).


In realtà la sua vocazione di scrittore e di poeta si sviluppa non come atto di volontà, ma come l'organizzarsi e il coordinarsi di doti latenti o caoticamente composite,con una sensibilità acutissima e una passionalità esasperata.


La passione per il teatro, che allora lo invase né per molto tempo lo abbandonò, rivelò all'Alfieri sé stesso e gli fece ritrovare la sua vera via, dando inizio a quel periodo di tenace lavoro che durò dal 1775 fin verso il 1790.


Tutta quella energia che egli fino allora aveva dissipata nei viaggi e negli amori, la rivolse interamente agli studi, necessari per rifare da capo la sua educazione letteraria, e, liberatosi, con mirabile forza di volontà, delle vecchie abitudini, ad altro non intese che ad apprendere l'arte di pensare e scrivere in italiano e di foggiarsi quello stile tragico che egli idealmente vagheggiava.


Fino allora l'Alfieri aveva studiato poco e male, prima in casa sotto la guida del prete Ivaldi e poi, come si è visto, all'accademia di Torino. Conosceva un po' di latino, aveva letto incompiutamente qualche poeta italiano, specie l'Ariosto e il Metastasio, qualche romanzo francese e le Mille e una notte. Uscito dall'accademia, si era dato alla lettura di Montaigne (che divenne uno dei suoi autori preferiti) e degli Enciclopedisti, di Rousseau e di Voltaire: da questi scrittori desunse l'astoricismo delle sue opere più prettamente politiche. Anche lo avevano commosso le Vite di Plutarco, sia per la forza della prosa, sia per lo spirito che anima quegli eroi e per quella concezione di vita così in contrasto con le leziosaggini dell'educazione aristocratica del '700. Da Plutarco l'Alfieri deriverà in gran parte l'ideale umano ed eroico della sua vita e delle sue tragedie, che frattanto si affacciano confuse al suo spirito, senza che egli possegga ancora, piena e sicura, la capacità dell'espressione artistica.


Sentì allora la necessità d'inabissarsi, come e gli scrive, nel vortice della grammatica latina e italiana e nella lettura dei classici, cominciando dal Tasso e dall'Ariosto per giungere a Dante e al Petrarca; tradusse molto dal latino e con ogni mezzo tentò di «spiemontizzarsi » per diventare «italiano» di pensiero e di parolAlfieri Nel 1775 dimorò alcuni mesi nelle solitudini alpine di Cesana e infine, nel 1776, si recò in Toscana per avvezzarsi «a parlare, udire, pensare e sognare in toscano, e non altrimenti mai più». Nel 1777 conobbe in Siena Francesco Gori Gandellini che lo esortò a leggere nelle Storie del Machiavelli la narrazione della Congiura de' Pazzi, per trarre una tragedia da tale soggetto; la lettura di quel «divino autore » lo invaso talmente, che l'Alfieri non solo ideò subito la tragedia, ma si sentì come «ispirato e forzato a scrivere d'un sol fiato i due libri Della Tirannide ». Come si vede, l'assiduità e la disciplina severa degli studi nulla toglievano all'impeto della passione alfieriana né al suo desiderio di libertà; in omaggio alla quale, per sottrarsi all'obbligo imposto dalle leggi piemontesi di sottoporre i libri da stampare alla approvazione dei revisori e di chiedere la licenza scritta per assentarsi dallo Stato, l'Alfieri, non potendo essere a un tempo «vassallo e autore », deliberò di affrancarsi completamente, facendo donazione in vita, di tutto quanto egli possedeva in Piemonte, alla sorella Giulia, maritata al conte di Cumiana, e riserbandosi una pensione annua di lire quattordicimila di Piemonte, poco più della metà delle sue totali entrate di allorAlfieri Frattanto era già incominciato, nell'autunno del 1777 a Firenze, l'amore dell'Alfieri per Luisa Stolberg, contessa d'Albany, moglie e poi vedova di Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d'InghilterrAlfieri Da questa degna passione, che fu a lui fonte di operosità e di ispirazione lirica, l'Alfieri si sentì «allacciato finalmente per sempre ». Lontano da lei egli quasi non s'accorgeva di quanto gli avveniva intorno, come gli accadde durante la sua dimora in Roma, dal maggio del 1781 al maggio del 1783, dove le sue tragedie gli procurarono larga fama e la nomina di pastore Arcade. Altri viaggi egli fece in Francia e in Inghilterra, e poi, nel 1785, fissò la sua dimora in Alsazia, dove già si trovava la contessa d'Albany. Quivi, allietato dalla quiete e dalle bellezze del paese, trascorse un periodo sereno di fervida operosità, interrotto solo dai viaggi a Parigi, dove dal 1787 al 1789 si venne compiendo l'edizione definitiva di tutte le diciannove tragedie, poiché di quella di Siena del 1783 (contenente solo dieci tragedie) non era rimasto soddisfatto. Nel 1789, a Parigi, lo sorprese il primo scoppiare della Rivoluzione, di cui cantò le speranze e le promesse di libertà nell'ode politica Parigi sbastigliato. Già fin dal 1781-83 l'Alfieri aveva cantato la liberazione d'America in cinque odi, e ora nella distruzione della «scellerata mole » della Bastiglia vedeva simboleggiata l'insurrezione di un popolo in nome della libertà e del diritto e la speranza che quel giorno «atroce» sarebbe Stato «fin di tutte ambasce » per l'avvenire. Ma la delusione non tardò a sopraggiungere dinanzi ai tumulti sanguinari della plebe fatta essa stessa tiranna e, dopo un breve viaggio in Inghilterra e in Olanda (1791), nell'agosto del 1792 l'Alfieri, con la sua donna, fuggiva a precipizio da Parigi che gli sembrava diventata un inferno, dirigendosi alla volta di Firenze.


Quivi trascorse gli ultimi anni in un rinnovato fervore di opere e di studio, attendendo, dal 1796, anche a imparare da sé il greco in modo da poter leggere e tradurre in parte Omero, Eschilo, Euripide, Sofocle e Aristofane; l'aver superato tale difficoltà lo indusse « bambinescamente » a inventare l'Ordine di Omero e a crearsene di sua mano cavaliere. L'entrata dei Francesi in Toscana, nel 1798, fece rinascere in lui il medesimo terrore che lo aveva colto a Parigi e ravvivò il suo odio contro la Francia e contro i «liberti fatti tiranni ». Attendeva a condurre a compimento la Vita e a verseggiare la quinta delle sue commedie, quando la morte lo colse in Firenze, l'8 ottobre 1803. Fu sepolto nel tempio di S. Croce, dove, per incarico della contessa d'Albany, erede universale dell'Alfieri, il Canova gli eresse un solenne monumento, e dove egli «abita eterno » coi grandi, cantati dal Foscolo nei Sepolcri.


Opere. - Le opere dell'Alfieri sono le seguenti:

Tragedie: Filippo; Polinice; Antigone; Virginia; Agamennone; Oreste; Rosmunda; 0ttavia; Timeleone; Merope; Maria Stuarda; La congiura de' Pazzi; Don Garzia; Saul; Agide; Sofonisba; Bruto primo; Mirra; Bruto secondo (postume: Antonio e Cleopatra; Alceste seconda e la tramelogedia Abele).

Prose: Del principe e delle lettere; Della tirannide; La virtù sconosciuta, dialogo per la morte dell'amico Gori Gandellini; Panegirico di Plinio a Traiano; Vita scritta da esso; Giornali e Lettere (postumo l'Epistolario).

Commedie: L'Uno; I Pochi; I Troppi; L'Antidoto; La finestrina; Il divorzio.

Versi: Rime; Satire; Epigrammi; Il Misogallo; La L'Etruria vendicata (poema); Odi politiche.

Traduzioni dal greco: I Persiani di Esclillo; I Filottete, di Sofocle; L'Alceste, di Euripide (Alceste prima); Le Rane, di Aristofane.

Traduzioni dal latino: Sei Commedie, di Terenzio; L'Eneide, di Virgilio e i Commentari, di Sallustio; gli Annali di Tacito (incompleti).


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